ISRAELE E GIORDANIA, VIAGGIO NEI DESERTI DEL NEGEV E DI LAWRENCE D’ARABIA


INTRODUZIONE

Esco dall’aeroporto di Tel Aviv e ritrovo Shahar e sua madre, entrambi israeliani, conosciuti in aereo, tornavano da un viaggio on the road dall’Italia.

Shahar mi saluta, mi chiede di aggiungerlo su Facebook e mi indica il punto in cui partono gli sherut. Prendere uno sherut vuol dire fare taxi sharing. Il mio, un piccolo pulmino da 10 posti, è anche quello di un gruppo di signore polacche conciate per la Pasqua, siamo tutti diretti a Gerusalemme.

Siedo in ultima fila insieme a tre signore che sembrano uscite da un quadro di Botero.

Ci stringiamo, ho caldo e fame, la signora con il gomito piantato nel mio fianco mi cede qualche tarallo dei suoi che ingoio a fatica.

Oggi Gerusalemme è più trafficata del solito, è iniziata la settimana di Pasqua, cristiani ed ebrei affollano le vie che portano alla città vecchia.

Vengo scaricato in Herod’s Gate con tutti i bagagli e la bicicletta ancora smontata e impacchettata, la trascino fino all’ingresso della guest house che ho prenotato su booking e che si trova nel quartiere musulmano.

Entro digitando un codice segreto che trovo scritto con un pennarello nero indelebile sul portone d’acciaio blindato, mi attende un cortile soleggiato chiuso tra le bianche mura di pietra delle abitazioni circostanti, alcune sedie e tavolini in legno sono sparsi qua e là senza un ordine logico, una lavatrice in un angolo indisturbata funziona a velocità supersonica, panni stesi alla brezza di un pomeriggio primaverile, qualche dolcetto arabo per me, sono solo.

Mi preparo il the e mi siedo nel cortile a recuperare le forze impiegate per trasportare i bagagli, ascolto il brusio di sottofondo che arriva dalla città, alcuni clacson di automobilisti agitati, dalle finestre del secondo piano della casa che si affaccia sul cortile, un signore emette violenti suoni mentre espelle il muco dalla sua gola, avevo sentito qualcosa di simile in India ma questo li batte tutti.

Chiamo Arianna.

Rimonto la mia bicicletta. Per fortuna ha superato indenne il viaggio in aereo.

 

IL MEZZO DI TRASPORTO

 

Ho fame, è quasi l’ora del tramonto e a piedi raggiungo la città vecchia che è un tripudio di gente, negozi, bancarelle, suoni e odori.

Cammino e a un tratto trovo un tunnel presidiato da militari e alcune guardie, attraverso il metal detector dopo aver svuotato le tasche degli oggetti metallici ed elettronici e mi dirigo all’estremità opposta della galleria. Quando esco trovo una piazza gremita di gente che cammina in tutte le direzioni, famiglie, bambini, giovani, anziani, uomini e donne tutti, anche se in modo disordinato, si dirigono nello stesso posto, si dirigono al muro del pianto.

La folla si schiaccia contro il muro per arrivare a toccare e adorare le sue pietre sacre.

La luce calda del tramonto lascia spazio a un limpido crepuscolo, le luci della piazza illuminano il muro del pianto oltre il quale spuntano le scure chiome degli alberi che disegnano di nero un cielo blu intenso. La cupola d’oro risplende di luce propria.

IL MURO DEL PIANTO AL CREPUSCOLO

1° parte – da Gerusalemme ad Ein Gedi attraversando il deserto di Palestina / Giuda

Gerusalemme non è proprio una città bike friendly, il 90% dei ciclisti possiede biciclette pieghevoli con motori elettrici che vanno come degli scooter, il traffico è tanto caotico, israeliani e arabi si contendono il titolo di automobilista più spericolato e le strade non sono mai in pianura. Fortunatamente impiego poco a trovare la strada per Betlemme.

Betlemme è circondata da alte mura con tanto di filo spinato, in perfetto stile carcerario. I militari al posto di blocco non si preoccupano del mio passaggio ed io posso facilmente entrare in Palestina.

TRAVEL BLOGGER D’ESPERIENZA

Il muro della vergogna o muro dell’Apartheid, così chiamato dai palestinesi o muro di sicurezza chiamato dagli israeliani è una barriera di cemento e reticolato lunga 730 km che separa i territori della Cisgiordania da Israele, opera discussa, necessaria o no a diminuire il rischio di attentati, fa sembrare i territori palestinesi un’immensa prigione a cielo aperto.

Il motivo principale per cui vale la pena arrampicarsi con la propria bicicletta fino alla piazza centrale è per visitare il luogo in cui sarebbe nato Gesù Cristo cioè la Basilica della natività. Assaggiate l’ottimo caffè al cardamomo, viene servito in piazza ad ogni angolo. Un ragazzo mi porge una tazza bollente contenente questa profumata bevanda che conserva in una particolare teiera araba, lo serve ai passanti ed ai turisti in cambio di qualche moneta.

Una lunga discesa in un groviglio disordinato di strade e vicoli prive di indicazioni e mi allontano da Betlemme, poi una lunga salita e arrivo a Ma’ale Amos, un piccolo insediamento arabo posto su un’arida collina da cui si può vedere la lunga distesa di dune pietrose del deserto di Giuda che mi separano dal mar Morto.

Svolto in una strada sterrata e un gregge di capre ostruisce il mio passaggio, due cani immensi cercano di sfidarmi ma, per fortuna, il pastore (quello umano) interviene, i cani si quietano ed io posso proseguire, così inizia la mia prima avventura nel deserto.

Il primo tratto, in discesa, è su una strada molto sconnessa, grosse pietre fanno sobbalzare continuamente i miei bagagli, la struttura che li sorregge regge, ma due borracce su quattro mi cadono, si aprono, e l’acqua viene risucchiata dal terreno arido e assetato.

Un secondo tratto di strada attraversa una conca ghiaiosa dove presumibilmente un tempo scorreva un fiume, alcune deviazioni portano a confondersi ma seguendo il segnale dipinto sulle pietre più grandi (e il gps) si prosegue facilmente per l’unica via possibile.

Infine, la parte più bella, un tratto caratterizzato da salite e discese in perfetto ambiente desertico, le dune, sempre pietrose e mai sabbiose, diventano sempre più fitte e quando se ne supera una molto alta, lo sguardo si perde in un paesaggio straordinario e le dune, sempre più lontane, sempre più piccole, sembrano finire soltanto là dove l’occhio umano può vedere.

IL DESERTO DI GIUDA

Finalmente arrivo a Mitzpe Dragot, un piccolo villaggio dove posso dissetarmi e trovare riparo dal sole. La strada ora è asfaltata, inizialmente una ripida discesa a tornanti permette di guadagnare quota -400 mt ovvero le sponde del mar Morto, dopodiché, un lungo, trafficato e noioso tratto sulla statale 90 conduce alla piccola Ein Gedi dove trovo il campeggio per la notte.

Il primo approccio con il deserto con la mia solita leggerezza, chiamiamola pure sbadataggine, con cui affronto le mie giornate di viaggio mi fa capire che devo cambiare strategia, altrimenti farò poca strada. Pedalare in un deserto con poca acqua, senza crema solare e con la maggior parte della superficie del corpo esposto al sole, sono cose assolutamente da non fare.

VISTA SUL MAR MORTO

 2° parte – Dal Mar Morto a Mitzpe Ramon

Al campeggio conosco Daan, è olandese e viaggia in bici, percorriamo i primi metri insieme ma è talmente leggero e veloce che presto diventa un miraggio. Ci ritroviamo alla partenza della funivia per Masada, è l’occasione di prendermi una pausa dall’asfalto che alle 10 del mattino è già rovente e visitare la splendida roccaforte dove abitò Erode il Grande e che, attaccata dall’esercito romano durante la prima guerra giudaica, venne distrutta dopo un lungo assedio e la morte di ca. 1000 ebrei che piuttosto di finire in mano al nemico decisero per un suicidio di massa.

Continuando sulla costa del Mar Morto si arriva ad Ein Bokek, rinomata località turistica dove poter trovare hotel di lusso, supermercati e il Mc Donald.

Il caldo dopo mezzogiorno diventa insopportabile e mi costringe ad una lunga pausa in una stazione di servizio dove cerco le forze per affrontare la lunga salita in direzione Dimona. Dopo 12 km la pendenza diminuisce, recupero fiato e trovo un’area campeggio non attrezzata, sfinito, oramai manca poco al tramonto, piazzo la tenda e riposo. Altra lezione di questo viaggio, mai lasciarsi le lunghe salite a fine giornata.

SEA LEVEL

Attraverso il lungo altopiano che costeggia il centro ricerche sul nucleare, poco prima del Mamshit National park svolto a sinistra sulla strada 206, una strada poco trafficata che percorro fino a quando il passaggio non viene ostruito da una fabbrica di Magnesio. Due chiacchiere con il guardiano e lo convinco a farmi proseguire attraverso il complesso industriale, per uscirne poche decine di metri dopo quando mi immetto finalmente sullo Shivil Trail.  

Pedalo per circa 30 km nel mezzo del deserto del Negev, in assoluta solitudine e silenzio, una strada dritta, pietre ovunque e qualche arbusto secco. Non sempre è possibile percorrere l’Israel National Trail in questo lungo tratto desertico ma nemmeno ne vale la pena con la bicicletta, visto che seguendo la pista battuta si prosegue dritto e prevalentemente in pianura fino a raggiungere una conca attraversata dalla strada asfaltata che porta al parco di Avdat. Svoltando in direzione opposta si percorrono alcuni ripidi tornanti per raggiungere Midreshet Ben Gurion.

Ancora 30 km di noiosa statale e arrivo sul Maktesh Ramon, un’immensa depressione o cratere, il più grande dei tre crateri nel deserto del Negev, sono nella cittadina di Mitzpe Ramon.

IO IN VERSIONE DI CAPRIO SUL MAKTESH
SUL MAKTESH RAMON CON LA MIA FINOTTI

L’alba sul cratere è uno di quei messaggi che manda la natura ricordandoci di quanto, al suo cospetto, siamo piccoli e insignificanti.

L’ALBA SUL MAKTESH RAMON

Il sentiero costeggia il cratere per tutta la sua lunghezza e per tutta la sua immensità, il fondo è particolarmente sconnesso e il mio portapacchi inizia a dare segni di cedimento, li ignoro. Una ripida ma breve discesa collega i contorni del cratere con la sua depressione costituita prevalentemente da sabbia e arbusti spinosi.

PERCORRENDO IL BIKE TRAIL SUL RAMON

La strada, causa fondo sabbioso, diventa ben presto non pedalabile, il peso della bicicletta viene inghiottito dalla soffice sabbia, devo scendere e spingere. Cerco allora una superficie alternativa e compiendo numerose deviazioni rispetto al percorso segnalato, finisco in mezzo ad una distesa di arbusti spinosi dove lascio la pelle delle gambe, ma almeno riesco a pedalare.

La paura di rimanere intrappolato in questo inferno di sabbia mi stringe la gola e i pensieri vanno e tornano nella mente portando soltanto immagini di scenari catastrofici, questo mi deconcentra e finisco per perdere l’equilibrio, cado, il mio portapacchi si rompe definitivamente, io sto bene.

Urlo di rabbia ma anche la mia voce resta intrappolata tra i rami spinosi degli arbusti secchi. Mi calmo, riprendo lucidità, mi carico le borse infilando le cinghie sugli avambracci e pedalo con tutte le forze. La strada torna ad essere battuta e, finalmente, appare davanti a me il tanto sognato campeggio. Trascorrerò qui le successive 3 ore dissetandomi, pranzando e cercando di restituire alla mia bicicletta un assetto in grado di farmi raggiungere per la strada asfaltata di nuovo Mitzpe Ramon.  

Altra lezione, mai sottovalutare i segni di cedimento di un portapacchi e, soprattutto, mai perdere la calma in situazioni critiche, non fate altro che sprecare preziose energie.

IO, SFINITO RIENTRATO AL CAMPEGGIO DOPO LA LUNGA LOTTA NELLA SABBIA

3° parte – Da Mitzpe Ramon alle sponde del Mar Rosso

Oggi preferisco pedalare su asfalto, la mia riparazione amatoriale del portapacchi funziona ma ha bisogno di assestarsi. Fino a Shaharut, il nulla se non una base militare dove alcuni carrarmati si esercitano a silurare sponde di sabbia.

Qui la strada finisce e si può soltanto proseguire sullo Shivil trail, visto che manca poco al tramonto cerco un posto dove dormire. Devo optare per l’unica struttura esistente qui, una tenda beduina ma che offre tutto il necessario.

La proprietaria mi regala qualche rametto di una piantina che cresce tra le pietre e la sabbia attorno alla tenda, suggerisce di prepararci una bevanda calda, sarà il mio vero the nel deserto.

IL THE NEL DESERTO DAVANTI ALLA TENDA BEDUINA

Non c’è luce artificiale, il cielo è blu scuro e le stelle illuminano i contorni della grossa tenda costruita con impeccabile stile beduino.

Il mattino riparto per proseguire sull’Israel bike Trail che, a differenza del percorso pedonale presenta un fondo e pendenze decisamente più pedalabili.

Inizia la lunga discesa nella valle di Timna per un sentiero che solca le pareti di roccia color ocra che fanno da contorno a questa valle desertica, purtroppo per una sbadataggine (e ci risiamo) imbocco il sentiero pedonale, fatto di grandi sassi che mi impediscono di rimanere in sella, e a volte nemmeno in piedi.

Finalmente raggiungo la pianura, sono sfinito, più che altro dalla discesa che, da quando si è trasformata in una sorta di via ferrata, ho prevalentemente impiegato le mie energie per rimanere in equilibrio spinto a valle dal peso della mia bicicletta e dei bagagli, sfinito dal caldo, muoio dalla voglia di bibite fresche.

La solita lunga pausa all’ombra. Poi un lungo tratto di statale 90, nessuna difficoltà o insignificanti pietre che mi disarcionano dalla bicicletta, un asfalto rovente, un vento rovente, evito l’ultimo tratto di sentiero nel deserto e così riesco a raggiungere Eilat e il mar Rosso prima che cali la notte. Qui ritrovo Dean e, soprattutto, ritrovo la vita, le palme, la birra fresca, la gente per strada, una camera con un letto morbido.

4° parte – Giordania, Wadi Rum e Petra

Da Aqaba al Wadi Rum, poi a Petra e infine ritorno ad Eilat. Il mio viaggio in Giordania inizia direttamente alla frontiera e, arrivando da Israele, controlli vari sul passaporto, procedura per rilascio del visto e ingresso nel nuovo paese, sono procedure che filano abbastanza velocemente.

Attraversare i confini via terra mi emoziona sempre, aspettavo questo momento, ma quello di Eilat / Aqaba, tra Israele e Giordania, è il confine tra queste due nazioni più in particolare dedicato al turismo, quindi meno severo e avventuroso rispetto agli altri… Io mi sono divertito lo stesso.

La Desert highway è parecchio trafficata, per fortuna ho abbondante spazio a lato per pedalare senza essere speronato dai camion che mi sorpassano, al casello trovo acqua fresca, per fortuna si sale e la temperatura è più mite. Sono in una valle circondata da montagne color ocra e a strisce nere. A Rashidiyah svolto a destra per entrare nell’area del Wadi Rum, il deserto di Lawrence d’Arabia, prezzo per la visita: 5 JD.

I 7 PILASTRI DELLA SAGGEZZA, LAWRENCE D’ARABIA

Pedalo su una stretta striscia d’asfalto srotolata nel mezzo del deserto, il vento mi lancia ogni tanto manciate di sabbia pungente contro la faccia, un tizio, da una piccola casetta a un centinaio di metri dalla strada, mi fa cenno di raggiungerlo, non so perché, ma lo faccio. Mi parla in un inglese fluente e la piccola casetta è un bar, mi fa sedere all’ombra e mi serve caffè al cardamomo e mi offre acqua in cambio di un giro in bicicletta per il figlio che avrà 10, 12 anni al massimo.

INIZIA IL DESERTO, QUELLO VERO

Il villaggio di Wadi Rum è l’ultimo avamposto al deserto selvaggio, qui finisce la strada asfaltata ed inizia un’immensa distesa di sabbia dalla quale spuntano qua e là montagne rocciose. Tutte le strutture che booking mi segnala qui, in realtà sono a 7/12 km dentro il deserto. Me lo spiega uno dei tanti autisti di fuoristrada, a cui chiedo informazioni, che accompagnano i turisti ai vari lodge nel deserto. Un’unica guest house giace in paese e riesco anche a spuntare un buon prezzo.

Da Wadi Rum a Petra è un bel pezzo di strada, e con parecchio dislivello positivo. Per fortuna mentre mi avvicino alla prima grande salita della giornata e quando la temperatura inizia a scaldare l’asfalto da farmi boccheggiare la colazione, un taxi accosta e mi chiede se voglio un passaggio, offerta libera, visto che anche lui (come faceva a sapere che anche io) va a Petra. Allora andiamo a Petra, io, Mohammed e una bicicletta smontata e infilata tra i sedili posteriori insieme ai bagagli, prezzo del passaggio 10JD.

La visita alla città di Petra mi costa come il volo Milano – Tel Aviv A/R ma ne vale tutti i Dinari spesi.

Da Petra ad Aqaba sarà la mia ultima tappa e, quindi, non faccio fatica a trovare la motivazione per spararmi questi 135 km, poi saranno 150, di asfalto caldo, di strade veloci e rumorose, di salite ma per fortuna soprattutto discese, che mi separano dal mio arrivo glorioso sulle sponde del mar Rosso.

DI RITORNO DA PETRA

Mi fermo al solito casello, vado per riempiere le borracce di acqua fresca ma trovo un caloroso benvenuto da parte dei militari giordani che mi riconoscono quando ero passato di lì pochi giorni prima. Sono loro ospite per circa mezz’ora per un the caldo alla menta, dolcissimo, biscotti secchi, chiacchiere sull’Italia, sulle donne e sulle loro pistole Beretta.

Arrivando ad Aqaba vengo investito da un vento caldo che mi fa lacrimare gli occhi. Sono cotto in tutti i sensi, cerco disperatamente il mare per farmi un bagno rinfrescante ma quando arrivo sulla costa, la spiaggia è talmente affollata e stretta e a ridosso delle barche che decido di scappare subito in Israele.

Ecco che attraversare il confine in senso opposto, pur conoscendomi già gli israeliani, diventa una procedura lunga e delicata soggetta a diversi interrogatori che riesco a gestire con calma e freddezza dopo quasi 12 h di bicicletta e un disperato bisogno di una doccia fresca.

Il delirio di Eilat si fa sentire a partire dalle ore 23.30 quando vengo sbattuto giù dal letto dall’inizio delle danze nelle discoteche che circondano il mio ostello. Mi tocca ricaricare la bici e scappare qualche km più in periferia, in cerca di un letto più tranquillo, lo trovo a mezzanotte passata, grazie al cielo mi godrò ogni singolo minuto di meritatissimo sonno.

AMICI CONOSCIUTI IN QUESTO VIAGGIO

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